Con questo Design inauguro il mio Nuovo Negozio su Selz.com, dove potete acquistare i miei lavori in formato digitale. Per maggiori informazioni clicca QUI.
Emerso dalle tenebre dell’epoca vittoriana, quest’antico cartone di latte è stato ritrovato in un Pub poco distante dalla dimora di Edgar Allan Poe, ricoperto di polvere e graffi e pregno di sangue animale. Dopo attenta analisi del reperto, la Società dell’Occulto l’ha classificato “irreversibilmente MALEDETTO, senza antidoto”. Alla luce di tali eventi invitiamo dunque ogni persona scettica a ricredersi sulla veridicità di ciò che Edgar Allan Poe narrava nei suoi racconti, compresa la leggenda del “Gatto Nero”. Si dice inoltre che ci siano stati numerosi avvistamenti del famigerato Gatto Nero senza un occhio sparsi per tutto il mondo, ulteriore prova che lo spirito della bestia aleggia ancora su questa terra e che tende agguati nell’ombra a chiunque incrocia il suo occhio giallo. Questo Design funge da manifesto e avvertimento a chi è ancora abbastanza assennato da credere e temere rispettosamente alla leggenda del Gatto Nero di Poe. Non sfoggiatelo invano. Usatelo come monito e amuleto e avrete salva l’anima.
Contenuto originale: Aryzona®;
Nome T-shirt:“Il Latte di Edgar Allan Poe”; Pittura utilizzata (resistente al lavaggio): Setacolor opaque black;
Tessuto maglietta:cotone;
Se vuoi ordinare la tua T-shirt con questo Design dipinto a mano (o se vuoi un ordine personalizzato) scrivimi a: derizzo.arianna@gmail.com
Se invece preferisci avere solo il Design Digitale, puoi acquistarlo al mio NUOVO NEGOZIO ONLINE su Selz.com a soli 3,50 euro: http://selz.co/V11ANgv24
“L’illusione più pericolosa è quella che esista soltanto un’unica realtà.” (Paul Watzlawick)
Ciao a tutti e bentornati sul mio blog! Io sono Ary e oggi sono qui per parlare con voi di un artista alquanto noto e apprezzato, che ha rappresentato un’enorme fonte di ispirazione per film, libri e perfino giochi di psicologia.
Reise ins Labyrinth, Die USA 1986 Regie: Jim Henson Darsteller: David Bowie Rollen: Koboldkoenig Jareth
Nato nel 1898, è stato un incisore e grafico olandese nonché un amante del paradosso, che grazie alla sua arte ha dato forma all’impossibile e dispiegato i limiti della concezione e coscienza umana.
Un uomo che ha confessato di sentirsi più simile a un matematico piuttosto che a un artista, e che tramite la sua produzione ha fatto coincidere questi due mondi apparentemente opposti.
Come avrete capito, sto parlando di M.C. Escher:
Scale, specchi, illusioni ottiche.
Questo è ciò che ci viene in mente quando nominiamo Escher, ma cosa c’è dietro questa solida struttura? Cosa si nasconde nelle ombre degli archi, nell’oscurità introspettiva della sua arte? cosa si cela dietro queste vertigini che ci colgono, in bilico sulle sue tele?
Nietzsche diceva che se si guarda troppo a lungo nell’abisso, alla fine l’abisso guarda dentro di te.
Ed è proprio questo che succede quando ci sporgiamo a guardare giù in queste opere, giù nella mente di Escher.
In un kafkiano vortice che non ha né inizio né fine, Escher ci descrive attraverso le sue immagini la trasformazione di Gregor Samsa in scarafaggio, una trasformazione nella quale Gregor non è mai del tutto scarafaggio e lo scarafaggio non è mai del tutto Gregor, poiché il protagonista delle opere di Escher, così come quelle di Kafka, è il divenire, l’atto di essere trasformato.
La vita stessa è trasformazione, è mutazione in atto e nonostante la nostra razionalità ci imponga di vedere immagini, corpi, immobilità e confini, il mondo è indaffarato nel proporci indefinibilità, sfumature, transizioni e transitorietà.
Escher tenta di mettere in immagine l’inimmaginabile, di dare forma all’informe, e in questo senso la sua opera è la rappresentazione stessa della nostra mente: essa come un Don Chisciotte immateriale, continua a combattere contro il mulino a vento del divenire per scoprirsi sempre sconfitta, naufragata, ridicolizzata.
“Metamorfosi” è la parola corretta per definire le opere di Escher, o forse per descrivere Escher stesso. Meglio ancora, “Metamorfosi” è la parola perfetta per descrivere Escher che diventa un’opera di Escher; l’autore che diventa personaggio, l’inerte che diventa vita, il caos che diventa significato. (-Rick DuFer-)
Circondati dall’architettura dell’impossibile, cerchiamo di tenerci in equilibrio sul corrimano immaginario, e nonostante crediamo di essere ancora padroni del nostro corpo non ci rendiamo conto che stiamo già cadendo, precipitando nella tromba inesistente delle scale, fluttuando nel vuoto abissale fino a sussultare, come quando si cade in un sogno, e ci risvegliamo di soprassalto col cuore che scalpita.
Le scale, le strutture e le architetture in apparenza semplici ti catturano lo sguardo per miglia e miglia facendoti perdere la concezione dell’equilibrio, del tempo, del vuoto e della confusione, per poi lasciarti da solo con quell’inquietudine ignota, con quella sensazione venuta dallo spazio.
Escher ci accompagna e poi abbandona nel bianco e nero, sperduti nella opaca prigionia della nostra mente, del nostro riflesso e delle nostre illusioni diplopiche.
Illusioni che ci catturano e spezzettano man mano che l’opera prosegue a girare e vorticare per diventare un tutt’uno con il disordine olistico.
E’ una metamorfosi che non si ferma mai, un circolo vizioso che riparte e riporta sempre alla stessa illusione di evadere dal quotidiano.
Se fissiamo troppo a lungo un’opera di Escher, finiamo per diventare noi stessi illusione: abbranchiamo la luce di un meccanismo, di una vita priva di avventura, monotona e bizzarra a rincorrere noi stessi e l’Eterno Ritorno.
Escher è Matrix, una simulazione d’intenti, un Truman che esce sempre dalla porta dell’illusione e che sempre vi ritorna inserendovi uno e più mondi a piacere.
0016901 M.C. Escher Hand met spiegelende bol (zelfportret in bolspiegel) Data2008/2008E0208
Tramite l’arte egli coglie la suggestione e la trasforma in una forza magica, in un incantesimo che muove tutto, in una geometria che ci guida come una via di fuga, come l’ordine nell’irrazionalità.
Il nostro pensiero influenzato dalle sue visioni è l’ingrediente segreto: la forma che spacca i confini della realtà fino a diventare una singolarità, un portale che ricorda molto l’inizio dell’universo stesso.
Se volete approfondire l’arte di Escher vi consiglio di acquistare il libro “Godel, Escher, Bach”: una convergenza di musica, matematica e arte in parole, e un paio di libri che riportano le sue opere e illustrazioni.
Ricordatevi di condividere questo articolo se vi è piaciuto e se volete sentirmi parlare di un artista in particolare scrivetemelo in un commento!
Ci vediamo al prossimo artista e ricordatevi che non è tutto noia ciò che pensa!
Anche detti Spiriti della Foresta, i Korogu possono essere fonte di grande fortuna se trattati con gentilezza.
Ne puoi trovare uno sotto una roccia dalla forma strana, oppure mentre fluttua invisibile sopra un rivolo d’acqua avventuroso, o può nascondersi dietro un indovinello, sulla vetta di una montagna sperduta.
Non aspetta altro che TU lo trovi!
Quale Korogu vuoi portare con te nelle tue avventure?
Forse Aldo? O Drona? O Elma?
Irch? Linder? Oakin?
Oppure Olivio? Rown? O Maca?
Scegli bene!
-Prezzo: 12 euro + spedizione standard
-Dal mondo di: “Zelda – Breath of the Wild”
-Materiale: Fatto a mano con Feltro + imbottitura in poliestere + pittura acrilica e Setacolor
-Misura: 10 cm x 5 cm
Per ordinare il tuo Korogu e per altre info scrivimi a: derizzo.arianna@gmail.com
“L’ovvio è quel che non si vede mai, finché qualcuno non lo esprime con la massima semplicità.” (Kahlil Gibran)
“La semplicità è la forma della vera grandezza, di una grandezza inconscia e divenuta natura.” (Francesco De Sanctis)
Ciao a tutti ragazzi e bentornati sul mio blog!
Io sono Ary e oggi, dopo un breve periodo di pausa, vi porto un altro artista poco conosciuto!
Abbiamo parlato di artisti che riversano tutta la loro immaginazione nelle opere che fanno: da artisti che remixano la concezione di passato e futuro a pittori che mirano a mettere a disagio lo spettatore.
Ma si può creare dell’arte solo con la semplicità?
Per scoprirlo, oggi vi porto un illustratore di New York che esplora di rivista in rivista temi come l’ambiente, la scienza e l’ecologia, rappresentandoli in un modo elementare molto particolare. Ecco a voi Jamie Mills:
Con questo artista le frivolezze se ne stanno da parte: Jamie Mills ti costringe ad andare dritto al punto delle sue opere, dritto nel cuore di un concetto ben soppesato.
Jamie Mills sta dietro ogni quadro, dietro ogni vuoto e ogni parte spoglia, e invece di aggiungere dettagli, ti osserva attraverso il bianco per farti indovinare cosa gli sta passando per la mente.
Ti fa tuffare in profondità di ciò che apparentemente profondo non è; ti fa tuffare nel minimalismo.
si tiene tutto ciò che serve e basta, un modo per liberare la mente da tutti gli strati di inutilità o abbellimento per vedere come è fatta sotto; vedere se ha bisogno di essere messa in ordine, un ordine analitico, che parte dalla punta di una matita lasciata in libertà e che ritrova la sua via accompagnata dalla squadretta, dal compasso, dalla prospettiva.
Jamie Mills ci mostra l’unione dell’illustrazione improvvisata e della perfezione geometrica del graphic design in modo sintetico ed efficace.
Ci mostra la natura in vetrina, la ribellione delle fronde che si rinchiudono in forme meticolose.
Ci mostra l’individualismo di un pino che cerca il proprio spazio personale, specialmente sotto natale quando tutti gli esseri umani, piccoli o grandi, si prendono la libertà di giocare con i suoi aghi.
E’ l’individualismo di un albero scarno che vuole mettersi in mostra, perché non si sente mai abbastanza apprezzato.
E’ un racconto, un intreccio di storie e testimonianze antiche che sono in cerca di qualcuno che le racconti e le liberi da loro stesse.
L’arte concettuale di Jamie Mills non si ferma alla botanica: si espande a esplorare nuovi livelli e piani, a dipingere una nuova dimensione delle montagne, la forma dell’aria che un orso emette quando esprime qualche verso o quando il suo respiro si condensa.
Ci mostra la semplicità e il minimalismo per ciò che sono davvero: un messaggio importante schiacciato troppo spesso da molti messaggi inutili;
è il fermarsi a guardare un bosco e godere solo del buio che vi è all’interno, e della luce che si riflette sulle fitte vette.
E’ il guardare dei comuni sassi e vederci dei minerali, delle pietre che possono ricordare gli odori del muschio una volta a casa.
E’ il testimoniare un evento, un qualsiasi evento che ti faccia capire che dopo che sarà avvenuto, il mondo non sarà più lo stesso.
Il Minimalismo anche se è all’apparenza statico, smuove forze ed è in costante mutamento, proprio come il mondo. E noi siamo qui a testimoniarlo.
Questo è forse uno degli artisti meno conosciuti che vi ho portato, infatti è probabile che se scriverete Jamie Mills sul motore di ricerca vi verrà fuori Jamie Mills Price, che –ehm– non è esattamente la stessa cosa…
Ricordatevi di condividere l’articolo se vi è piaciuto, e se volete vedermi scrivere di qualche particolare pittore, scultore e altro scrivetemelo in un commento.
Ci vediamo al prossimo artista!
“Consider the subtleness of the sea; how its most dreaded creatures glide under water, unapparent for the most part, and treacherously hidden beneath the loveliest tints of azure. Consider also the devilish brilliance and beauty of many of its most remorseless tribes, as the dainty embellished shape of many species of sharks. Consider, once more, the universal cannibalism of the sea; all whose creatures prey upon each other, carrying on eternal war since the world began.
Consider all this; and then turn to the green, gentle, and most docile earth; consider them both, the sea and the land; and do you not find a strange analogy to something in yourself? For as this appalling ocean surrounds the verdant land, so in the soul of man there lies one insular Tahiti, full of peace and joy, but encompassed by all the horrors of the half-known life. God keep thee! Push not off from that isle, thou canst never return!”
― Herman Melville, “Moby Dick”
“It is not down on any map; true places never are.”
La T-shirt è stata creata sotto commissione!
Nome T-shirt:“Moby Dick & the Wave” Colore: Setacolor opaque white
Tessuto:cotone
Fonte:
(per ordinare la tua t-shirt, per una t-shirt personalizzata, o per ulteriori informazioni scrivimi all’e-mail: derizzo.arianna@gmail.com)
Perché ho scelto di dipingere l’inquietante coniglio Frank di Donnie Darko?
Perché indossarlo?
“28 giorni, 6 ore, 42 minuti, 12 secondi” : quando si tratta di profetizzare la Fine del Mondo, questo coniglio è impeccabilmente puntuale (non come quello sprovveduto del Bianconiglio!).
Con il Carnevale che si avvicina, Frank è pronto a scendere nelle piazze per terrorizzare grandi e piccini con le sue orbite spettrali, ma anche per divertirsi, apparendo dinnanzi alle persone di colpo e sparandogli coriandoli in faccia fino a soffocarle.
E anche se il suo costume non è quello carino e coccoloso di un coniglietto di Pasqua, è sicuramente meglio di uno stupido costume da uomo.
Nome T-shirt: “Frank the Rabbit” Colore: Setacolor opaque white Tessuto: cotone Fonte: https://i.pinimg.com/originals/b9/e4/5c/b9e45c3457726b5faf9cfa023fe7e729.png
“Così i giorni scorrono attraverso i miei occhi Ma sembrano sempre uguali E questi bambini su cui sputi Mentre cercano di cambiare il loro mondo Sono immuni ai tuoi consigli Sanno bene ciò che sta accadendo loro” (“Changes” di David Bowie)
Ciao a tutti ragazzi e bentornati sul mio blog!
Nel confronto di oggi vediamo due illustratrici contemporanee esplorare la giovinezza o, ancora meglio, ciò che si nasconde dietro di essa: il non detto.
La prima è un’artista che lavora a Taiwan dal tratto gentile e dai colori morbidi come nuvole;
la seconda invece è un’artista italiana di Pesaro e al contrario, usa raramente i colori: sceglie il bianco e nero senza fronzoli, concisa e bizzarra.
Vi presento Miss Cyndi e Virginia Mori!
Nonostante siano accomunate dalla semplicità, i soggetti di Miss Cyndi e Virginia Mori sono due facce della stessa medaglia: due gemelle separate alla nascita.
La prima gemella, plasmata dal tocco premuroso di Miss Cyndi, è delicata come carta velina, leggera come aria, poiché guarda il mondo sotto una cupola di cristallo.
Il primo nome che mi viene in mente nel guardarla è Amélie da “Il Favoloso Mondo di Amélie”.
In queste illustrazioni infatti vediamo la realtà attraverso gli occhi di una ragazza sognante, distratta, immersa completamente nella propria bolla di fantasia e gioco, di pensieri frivoli e colori leggeri come una piuma.
Spesso seduta nella serenità della quotidianità e monotonia, la vediamo trovare sollievo nelle piccole cose per poi cadere turbata di fronte a piccoli problemi che per lei risultano insormontabili.
Attraverso i suoi occhi percepiamo il conforto e l’incanto di quella bolla che la separa dal mondo e che la fa infine restare da sola, lontana dalla normalità di tutti gli altri.
Vediamo la giovinezza dipinta con la dolcezza della solitudine, ma anche la malinconia di non saper vedere la bellezza di cui tutti parlano e la convinzione di non riuscire mai a provare una vera emozione.
Lo sguardo è vacuo, il volto inespressivo, mentre i pensieri sconfinano e si svelano dietro ad una trasparenza innocente.
La seconda gemella invece, quella di Virginia Mori, brucia come il fuoco, o meglio, si logora, come fanno le braci.
Una passata di carbone e i colori svaniscono, lasciando il posto ad un altro mondo in bianco e nero, fatto di pallore, buio e rancore.
A lei non interessa quello che pensa la gente, non le interessa essere colorata per piacere alle persone. Le interessa solo essere se stessa.
E’ una gemella incompresa, dalla personalità vibrante e ribelle e dalle mille frustrazioni.
Per questo mi ricorda Susanna Kaysen, dal libro e film “Girl, Interrupted”.
Entrambe costrette in una realtà costruita di ragazze che sottomettono e vengono sottomesse, fanno credere di volersene fregare perché troppo superiori alla competitività. Entrambe dal temperamento intrattabile.
Questa gemella, al contrario di quella di Miss Cyndi, rifiuta la routine del collegio e decide di riempire i suoi vuoti con aggressività e sarcasmo.
Si confonde con la massa per diventare due, tre e più ragazze contemporaneamente.
Si mimetizza, diventa parte integrante delle cose, dell’arredamento, tutto pur di non essere costretta a entrare in contatto con le altre, tutto per dare sfogo alla misantropia più pura.
La gemella di Virginia Mori non sogna ad occhi aperti poiché lo trova stupido. Preferisce invece vivere negli incubi; incubi disturbanti, ma anche creativi e divertenti.
E mentre medita sulla propria superiorità intellettuale rimpiange tuttavia di non poter svuotare la propria mente dal chiasso imperante.
Se ne sta sul proprio letto, come fa anche la gemella di Miss Cyndi, sfinita dai propri disturbi e dalle proprie insoddisfazioni.
Entrambe si rivoltano nelle loro coperte, per sfuggire alla realtà che devono affrontare ogni giorno.
Entrambe si chiedono quando tutta questa confusione finirà.
Se questo video vi è piaciuto complimenti a Miss Cyndi e Virginia Mori e pat pat a me!
Vi ricordo che su Facebook c’è il mio gruppo Aryzona dove possiamo discutere sugli argomenti del blog e del mio canale!
Ricordatevi di condividere questo articolo se vi è piaciuto e se volete sentirmi parlare di uno o più pittori in particolare scrivetemelo in un commento.
Perché ho scelto di dipingere quel farabutto di Bojack Horseman? Perché indossarlo?
Capita a tutti, almeno una volta nella vita, di sentirsi inondati da un vuoto esistenziale, quel tipo di vuoto che ti porta a odiare te stesso al punto da volerti riempire di Whiskey tutta la notte piuttosto che fermarti a ragionare un momento su come migliorare la tua vita.
Per fortuna questi momenti passano, e per esorcizzare il loro ritorno c’è qui l’Odiatore e Pessimista per eccellenza.
Bojack non solo si dispera al posto tuo, ma sfoga anche la negatività e la misantropia per te.
Con questa T-shirt riuscirai a sostenere conversazioni idiote, pranzi e cene coi parenti, discussioni superficiali nonché le classiche domande sulla tua vita, sul tuo lavoro, sui tuoi studi: Bojack è il catalizzatore di bastardaggine che fa per te, lascia che sia lui a insultare tutti e tu a divertirti a degustare alcolici.
Nome T-shirt: “Bojack Horseman – WHISKEY” Colore: Setacolor opaque white Tessuto: cotone
(per ordinare la tua t-shirt, per una t-shirt personalizzata, o per ulteriori informazioni scrivimi all’e-mail: derizzo.arianna@gmail.com)
“Moloch che è penetrato presto nella mia anima! Moloch nel quale sono coscienza senza corpo! Moloch che mi ha terrorizzato via dalla mia estasi naturale! Moloch che io abbandono! Svegliati Moloch! Luce che urla dal cielo!”
“Ciao a tutti ragazzi e bentornati sul mio blog!
Dopo aver parlato dei muscoli e dell’individualità dell’arte di Egon Schiele, oggi parliamo di esoscheletri e di masse sociali mettendo a confronto ben due artisti poco conosciuti.
Sono due artisti molto differenti come personalità e insieme si intrecciano a rappresentare gli aspetti più contorti della condizione umana.
Uno di questi è il mio artista preferito fra i meno conosciuti, nato a Dalian in Cina nel 1965, un artista dall’estetica raffinata, ma controversa; l’altro invece è un artista polacco nato nel 1929 che non rientra particolarmente nelle mie corde, ma mi avete chiesto in così tanti di parlarne che non avrei mai potuto dire di no.
Ed ecco dunque il confronto fra Xue Jiye e Zdislaw Beksinski.
Dai formicai di uomini di Xue Jiye trapela il sudore della fatica e del lavoro degli uomini. Masse che man mano che sollevano, martellano e costruiscono diventano sempre più insignificanti rispetto alle proprie creazioni, perdendo l’occhio oltre il cielo, mentre le torri di Babele crescono e crescono.
Le facce degli uomini di Xue Jiye sono tutte uguali, tutte annebbiate dalla loro nuvola di taylorismo scellerato.
Muscoli dalla potenza insostenibile e menti che non sentono più niente se non un irrefrenabile istinto di porre fine a tutto nei momenti di pausa, momenti in cui i lembi di pelle implorano di essere strappati alla schiavitù, a questa vita da robot.
Poi, quando la costruzione lo richiede si torna al lavoro, e ci si ricompone per rientrare nella massa, per ritornare ingranaggio.
Si ammucchiano, sgomitano per starci tutti, ma se un uomo muore non importa, verrà presto sostituito, perché la loro catena di montaggio ha un fine più alto.
Costruire, sempre e comunque costruire.
Scavare e abbattere finché tutto non li schiaccia per diventare, poco a poco, parte stessa dei muri di terra rossa.
Passano gli anni, i secoli, i millenni.
Ci ritroviamo ora fra antri angusti e palazzi che si ergono su fondamenta fatte di ossa e sangue: ci ritroviamo catapultati da Beksinski in una leggenda dell’orrore, sperduta nella sabbia.
Ciò che lui ci mostra è il mondo di una mente senza speranza: la sua.
Una mente che è rimasta in coma dopo un serio incidente, che vomita nella pittura l’inferno che ha vissuto.
Colori di gelo, come la sua fredda campagna polacca, di vene e di luce aliena.
Ciò che ci mostra è la società di Xue Jiye arrivata al declino. Una società dove i palazzi sono fatti di quegli stessi uomini formica i quali, dopo tutti questi millenni, sostengono ancora le strutture che stavano costruendo, perfino dopo la morte.
I volti sparsi nel nulla sono mutilati, senza respiro.
Beksinski ci mostra la desolazione di ciò che non è più un uomo. Un uomo che si è annullato così tanto, che nel momento dell’apocalisse si ritrova a regredire a una forma ancora più ancestrale delle scimmie, una forma più simile a uno xenomorfo che a una figura terrestre.
Sono guardiani del nulla, reduci da un mondo fondato sulla massa, ben lontani dal ritrovare una qualche individualità.
L’horror vacui è un elemento dominante nelle sue immagini che rinfaccia a chi respira ancora la sublime colpa di questo impero di edifici.
La fame, la siccità, e la mente sprecata di quelli che erano uomini aleggiano come delle anime in pena alla ricerca di qualcuno che le salvi.
Beksinski ci mostra l’alba di un mondo senza luce, dettato dagli ultimi spiragli dell’elettricità, per entrare in una nuova era: l’era della fine della vita sulla Terra.
Nell’osservare i formicai ancora vivi di Xue Jiye, e poi le ragnatele di scheletri di Beksinski, ci domandiamo cosa abbia spinto tanto in là il mondo o meglio
“Quale sfinge di cemento e alluminio gli ha spaccato il cranio e ha mangiato i loro cervelli e la loro immaginazione?”
La risposta è nell'”Urlo” di Allen Ginsberg: “Moloch nel quale sediamo solitari, Il Moloch solitudine, sporco e bruttezza
Moloch il grande giudicatore di uomini!
Moloch il carcere incomprensibile! Moloch prigione senz’anima ossa in croce e Congresso di dolori!
Moloch i cui edifici sono sentenze! Moloch la vasta pietra della guerra! Moloch.”
Un luogo dove ci si nutre di sofferenza, Dove viene evocato il decadimento del corpo, la fragilità della carne e al contempo, nonostante tutto, la continua lotta a non rimanere schiacciati dalle proprie creazioni, la lotta alla sopravvivenza.
Ricordatevi di condividere questo articolo se vi è piaciuto e se volete sentirmi parlare di uno o più pittori in particolare scrivetemelo nei commenti.
“Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia. Chi vuol esser lieto sia, di doman non v’è certezza.” (Lorenzo de’ Medici) “Ragazze di Creta a tempo, danzavano lievi sui piedi attorno all’ara adorna calpestando dolcemente la morbida erba fiorita.” (dalle “Poesie” di Saffo)
“Ciao a tutti ragazzi e bentornati sul mio blog!
Io sono Ary e dopo aver parlato di qualche artista poco conosciuto, oggi vi parlerò di un artista avvolto dalla cosiddetta “Sindrome dell’Età d’Oro”.
Oggi si parla di bellezza: una bellezza travolgente e calda come l’estate, che porta il nome di un pittore olandese nato nel 1836, e che con la sua arte avrebbe in futuro influenzato la meravigliosa corrente artistica dei Preraffaelliti.
Sto parlando di Lawrence Alma Tadema.
Lo avvertite questo caldo?
E’ un tepore che cuoce il marmo, che si arrampica sulla pianta di piedi di musa, che rimbalza sul mare calmo, come un ciottolo piatto.
La sentite sui polpastrelli la seta pregiata sollevata dal vento?
Ne respirate il profumo di spezie e fiori tutt’intorno?
An eloquent silence *oil on panel *42 x 33 cm *1890 *signed l.l.: OP.?CCCI?- / L.? Alma Tadema
Se aguzzate abbastanza lo sguardo vedrete l’estate che si disperde sull’orizzonte, mentre sentimenti “didonici”, la nostalgia di vecchie canzoni, e miti narrati dai cantastorie si fanno spazio nella vostra memoria.
Queste opere parlano, cantano come sirene, incantano lo spettatore che non è più spettatore, ma uno spirito pompeiano che ritorna a passeggiare per le vie greche.
Basta sporgersi un po’ oltre le mura per poter sentire i popoli suonare e ballare in virtù dell’abbondanza, a venerare il sole, il mare e la vita.
Con queste immagini di luce e colore ci si immerge nella natura attraverso l’essere umano, attraverso gli occhi di una civiltà mai dimenticata.
Spensieratezza, teatralità, sentimento, indolenza.
Le donne di Alma Tadema sono così: muse con il volto di ninfa e la bocca di un fiore che sboccia ad ogni emozione forte. Ti fanno innamorare e ti commuovono al contempo, perché nel profondo sai che il loro amore, il loro languore, le porterà alla rovina.
Lawrence Alma Tadema coglie l’attimo, l’attimo in cui possiamo distinguere la malinconia farsi spazio negli occhi di chi sta soffocando.
E’ una celebrazione dell’estate della vita, ingenua e fragile come i letali petali di rosa di Eliogabalo.
E’ un trionfo dei Cerealia che elogiano la mitologia fieri delle stagioni e del passato in cui questi popoli vivono e vivranno, eterei e umani allo stesso tempo.
E’ un sogno d’amore delicato come la pelle di porcellana delle fanciulle alle terme di Caracalla: il sogno di una notte di mezza estate.
Se volete approfondire ulteriormente l’Arte di Lawrence Alma Tadema, vi consiglio di leggervi le poesie di Saffo e i sonetti di Shakespeare e di acquistare il libro “Alma-Tadema e i pittori dell’800 inglese” che viaggia fra i soggetti dell’artista fino ad arrivare ai Preraffaelliti più famosi come Burne-Jones e John William Waterhouse.
Ricordatevi di condividere l’articolo se vi è piaciuto e se volete sentirmi parlare di un particolare artista scrivetemelo in un commento.